India: bloccate le proteste dei tibetani contro le Olimpiadi di Pechino
di Anna Toro
La polizia di Dharmsala, nel nord dell'India, ha bloccato diverse centinaia di tibetani in esilio, durante la loro tradizionale marcia dei sei mesi verso il Tibet, iniziata oggi in coincidenza con l'anniversario della fallita rivolta contro il governo cinese in Tibet, che obbligò il Dalai Lama ad andare in esilio nel 1959. I manifestanti, oltre che contro l'occupazione cinese della regione himalayana, hanno protestato anche contro lo svolgimento dei prossimi Giochi olimpici a Pechino. Atul Fulzele, capo della polizia di Dharmsala, sede del governo tibetano in esilio, ha spiegato che un ordine che vieta ai manifestanti di lasciare l'area è stato deciso su raccomandazione del governo indiano. Disordini anche a Nuova Delhi, dove i manifestanti erano più di mille: alcuni di loro erano avvolti in garze sporche di sangue finto e con la sagoma degli anelli olimpici al collo, a rappresentare delle fiaccole olimpiche insanguinate. Un attivista del Congresso dei giovani tibetani, Jigme Yeshi ha spiegato che “Le bende intendono mostrare che il Cio (Comitato internazionale olimpico) ha commesso una grande ingiustizia assegnando i permesso, il diritto alla Cina a ospitare i Giochi olimpici".
Ancora, a Katmandu, capitale del vicino Nepal, centinaia di tibetani hanno lanciato mattoni e pietre agli agenti di polizia che hanno cominciato a sparare gas lacrimogeni e a picchiare i dimostranti. Almeno 10 manifestanti, si legge sull’agenzia Ap, sono stati arrestati nei pressi di Boudhanath, uno dei più grandi tempi buddisti del paese.
Prima che si verificassero questi episodi di violenza, il Dalai Lama aveva detto di approvare il fatto che fosse stata scelta proprio la Cina per ospitare i nuovi giochi olimpici: secondo lui si tratta infatti di un’occasione, per le altre nazioni partecipanti, di fare pressioni affinché il governo di Pechino cominci ad approvare gli ideali di libertà e di eguaglianza di cui le Olimpiadi si fanno promotrici.