Tibet, la repressione cinese sui monaci Sarebbero oltre 100 i morti non ufficiali
di Fabio Pireddu
Il Tibet si infiamma e la protesta si allarga ed esce dai confini della capitale Lhasa fino a raggiungere i remoti villaggi del paese e della regione indiana dove si sono rifugiati il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio, a Dharamsala.
I dirigenti cinesi parlano di non più di 10 morti negli scontri di ieri a Lhasa, ma il governo tibetano ribatte che sarebbero almeno 30 le vittime confermate delle violenze, mentre altri 100 non avrebbero ancora ricevuto conferma. Secondo alcuni osservatori e testimoni sul posto, i morti potrebbero essere molti di più, anche 300 stando a quanto riferisce il sito internet Tibet Cafe (www.tibet-cafe.net/eu/).
Il sito Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (www.tchrd.org) riferisce che altri disordini sono scoppiati sabato mattina, quando in Italia erano le 2 del mattino, a Labrang, nella parte orientale del Tibet.
Migliaia di persone, tra cui numerosi monaci del monastero di Tashikyil, hanno organizzato una manifestazione pacifica davanti alla sede del governo locale. Qui hanno pregato e svolto diversi rituali pacifici, intonando alla fine slogan per l'indipendenza del Tibet. Le forze di polizia cinesi sono intervenute con lanci di lacrimogeni, picchiando e arrestando tante persone.
Il governo cinese sostiene che ci sia il Dalai Lama dietro le proteste, e ha dato un ultimatum per arrendersi ai manifestanti, che però stanno crescendo in tutto il Tibet. I disordini dovranno finire entro lunedì a mezzanotte, altrimenti probabilmente la reazione cinese sarà più dura di quanto non lo sia già stata.
La polizia ha imposto il coprifuoco a Lhasa, e avrebbe usato lacrimogeni per disperdere alcuni tibetani che avevano sfidato il provvedimento. “Lhasa è completamente chiusa – ha detto alla Reuters un turista danese – e ci sono militari cinesi dappertutto”.
Il mondo sta assistendo alla più grande protesta in territorio cinese da quella del 1989, repressa nel sangue dall'allora leader Deng Xiao Ping. Dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti arrivano richieste di distensione e appelli a non usare la forza. Tutti per il momento hanno confermato la presenza della propria delegazione alle Olimpiadi di questa estate a Pechino, ma se la Repubblica Popolare Cinese dovesse insistere con la repressione e soffocare nel sangue anche queste manifestazioni, diversi paesi occidentali potrebbero minacciare ritorsioni contro l'evento sportivo.
15 / 03 / 2008
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